Breath Ghosts Blind, curata da Roberta Tenconi e Vicente Todol

Al Pirelli Hangar Bicocca dal 15 luglio al 20 febbraio

L’artistar italiana più celebre, torna dopo undici anni nella “sua” Milano con una mostra personale. «Breath Ghosts Blind». Il suo ritorno artistico a Milano (la città in cui vive) dopo oltre dieci anni d’assenza dai Tre bambini impiccati – la sua opera del 2004 in piazza XXIV Maggio – e L.O.V.E. – del 2010, l’iconico enorme dito medio in piazza Affari è silenzio e rigore, serietà e dolore. Cattelan all’ hangar della Bicocca esprime se stesso in una quasi mostra di tre sole sculture come se fossero tre atti di una partitura teatrale rivelando per l’ennesima volta la sua mai assopita megalomania. Sfrutta gli ampi spazi per dare maggiore solennità alle opere, infatti, affronta l’hangar come se fosse una chiesa e così facendo  invita i devoti, gli spettatori,  ad adorare le sue opere. Che volete, lui se lo può permettere non è un artista come tutti gli altri.

Di seguito mi rifaccio all’articolo di Giuseppe Fantasia pubblicato sulla rivista AD di cui potete consultare l’originale.

Cattelan invita a riflettere «sul momento che stiamo vivendo», «sull’arte che affronta la creazione, la vita e la morte, in pratica gli stessi temi dall’inizio della storia dell’uomo», come ci ha spiegato durante la preview riservata a pochissimi. «I temi si intrecciano così con l’ambizione di ogni artista di divenire immortale attraverso il proprio lavoro», ha aggiunto. «Ogni artista deve confrontarsi con entrambi i lati della medaglia: con un senso di onnipotenza e con il fallimento».

Nella prima sala, “Piazza”, troviamo l’opera Breath, realizzata in marmo bianco di Carrara, una scultura che rappresenta la figura di un uomo in posizione fetale e di un cane, entrambi distesi per terra l’uno di fronte all’altro. Una scena intima in cui la scala reale dei protagonisti conserva un senso di raccoglimento e fragilità pur dialogando con quegli spazi monumentali. Un «respiro», come dice Cattelan (usato anche nel titolo della mostra) «che segna anche il momento generativo di ogni ciclo esistenziale». Posizionati quasi ovunque, tutti attorno, troviamo centinaia e centinaia di piccioni – di cui ci ha dato un’anticipazione all’ingresso dell’edificio – che l’artista aveva già utilizzato nel 1997 per una sua installazione alla Biennale di Venezia come risposta polemica circa le condizioni in cui aveva trovato il Padiglione italiano durante un suo sopralluogo: abbandonato e pieno di volatili. Se a Venezia li aveva chiamati “Tourists” e poi “Others”, qui sono Ghosts, dei veri e propri “fantasmi” misteriosi e inquietanti che ci fissano creando un’atmosfera che è un mix di curiosità e terrore. Impossibile non pensare a Gli uccelli diHitchcock. «Sono esseri straordinari, hanno un incredibile senso dell’orientamento e se liberati in un posto sconosciuto, riescono sempre a trovare la strada di casa», ha spiegato l’artista. «Sono tra i pochi animali a riconoscersi allo specchio e sanno adattarsi a leggere le situazioni. Sono molto affidabili, ma nel bene e nel male, trasportano con sé un pezzetto di tutto quello su cui si posano. I loro occhi ci osservano, ci controllano e non sappiamo se considerarli amici o nemici».

La narrazione di Cattelan continua e arriva al suo apice nella terza sala con Blind, l’opera in resina nera composta da un monolite e la sagoma di un aereo che lo interseca. Ogni riferimento all’attentato dell’11 settembre nel 2001 non è puramente casuale. «Ero a New York il giorno dell’attacco alle Twin Towers e mi stavo imbarcando su un volo», ha spiegato l’artista. «Sono dovuto tornare a casa a piedi dall’aeroporto LaGuardia, ci ho messo ore e quello che ho visto, mi è rimasto dentro. Erano scene terribili, apocalittiche, e continuo a portare con me il ricordo di quell’evento tragico che mostrava tutta la fragilità della nostra condizione umana». «Certe immagini ed oggetti – ha aggiunto l’artista padovano poco più che sessantenne – hanno un incredibile potere simbolico, sono così forti che assumono un significato più ampio e diventano evocative di tante cose, non solo di quell’avvenimento. In questo senso, prendere una certa distanza spaziale e temporale, diventa un passaggio necessario per ricordare».

La critica? Come al solito divisa, Cattelan si odia e si ama allo stesso tempo se non proprio si avversa totalmente come è avvenuto per un articolo apparso su Artslife che il buon Giancarlo Politi di Flesh Art prende di petto. Riporto tale e quale il suo scritto perché mi sembra interessante e molto aderente a quello che dovrebbe essere l’atteggiamento critico verso gli artisti in generale, una piccola lezione che mi auguro vi piaccia.

Maurizio Cattelan Forever: schiavo o padrone? (di Giancarlo Politi)
La mostra di Maurizio Cattelan all’Hangar Bicocca di Milano, attualmente in corso, ha destato interesse di gregge, molto gossip e tante critiche. Il pubblico dell’arte, sempre più folto e sempre più sofisticato, unitamente alla giovane critica che esce stremata dal Covid, talvolta hanno un po’ irriso la mostra e anche Cattelan. Ripetitivo, pompiere (qualcuno usa pompier, dimenticandone il significato), modaiolo. Niente di nuovo sotto i cieli. La retorica italiana che ha portato l’arte italiana quasi alla tomba, imperversa. Come i post di Fedez. E le opere presentate, rispondo io, ma le sapete guardare e leggere? Certo che la mostra è teatrale, tutta la grande arte è teatro, penso alla Cappella Sistina, un teatro per uno spettacolo universale. E le Stanze Vaticane di Raffaello non sono un piccolo teatro rinascimentale? E la Cappella degli Scrovegni? E la Basilica Superiore di Assisi? Grande Teatro medioevale.

 

L’Ultima Cena? E Monna Lisa non è il teatro del potere dell’arte, che seppure tutti i veri esperti sappiano trattarsi di una copia, è bellissima e di fronte a cui in miliardi ci siamo inginocchiati e tutti pensiamo a Leonardo e alla sua sacralità dimenticando la copia? L’arte è soprattutto idea. E soprattutto convinzione cieca. Come il corpo di Cristo nell’ostia. O ci credi oppure ingoi solo una sfoglia sottilissima che (ai miei tempi) usciva dalla mani fatate delle suore di clausura di Trevi (sfoglia ai miei tempi pur ottima: da ragazzi passavamo dalle suore che da una grada buia ci passavano i ritagli delle ostie non utilizzati e noi ci ingozzavamo felici di quelle bontà, prima di entrare a scuola). Non capisco gli esperti che parlano di un Cattelan ripetitivo mentre osannano Lucio Fontana (ottimo artista) che in tutta la vita ha realizzato forse tre o quattro opere, per il resto a ripetere solo tagli e buchi? Io l’ho visto, mentre ero da lui e in mia presenza, su tele preparate, che realizzava, ammiccando, anche tre/quattro opere in mezz’ora. E Piero Manzoni non si è ripetuto anche lui una vita? E Paolo Scheggi? E Alviani? Una vita per una sola opera. Non parliamo di Carl Andre. Lo stesso immenso Jackson Pollock. L’arte non è una idea? Cattelan e qualsiasi artista  anche solo spostando le opere nello spazio, ne modificano il concetto e anche il contenuto. Per un grande artista due più due deve sempre fare cinque o sette. Mai quattro. In Cattelan, gli stessi piccioni sono una finzione scenica. Lontani, nell’ombra dell’immenso universo spettrale, sembrano veri e imbalsamati, in realtà sono di resina e usciti a ripetizione da una macchinetta come fosse un kalashnikov. Magìa dell’ingegno umano.

 

Per questo anche fa un po’ sorridere leggere Lucien de Rubempré, columnist dell’ottimo notiziario d’arte Artslife, ma anche mio caro amico e che pudicamente si cela dietro il nome di uno sfortunato personaggio di Balzac, autore francese ottocentesco di feuilleton strappalacrime alla Grand Hotel. La sua è la storia del giovane ambizioso, con moglie e amanti tradite e lui stesso da loro tradito, abbandonato dagli amici e alla fine portato al suicidio. Un feilleuton che oggi farebbe ridere. E il mio amico che resuscita lo sfortunato Lucien de Rubempré, adottandone il nome come maschera, con uno stile come si conviene ad un vero ottocentista, ma con un linguaggio alla Bertinotti dei giorni migliori, ha pubblicato proprio su Artslife una recensione un po’ rocambolesca sulla mostra. Accusando addirittura Maurizio Cattelan di essere un servo del padrone, solo perché come testimonial indossa un abito Gucci, che il giorno dopo deve restituire. E ricevendone in cambio 5 mila euro. E varie sponsorizzazioni. Mi chiedo e chiedo all’introverso Lucien de Rubempré chi è il padrone: lo sponsor o il testimonial? O entrambi?

Scusate il copia incolla ma mi sembravano due scritti proficui per capire qualcosa in più dell’arte, questa eterna sconosciuta che pone chiunque in una posizione di difficoltà cognitive.

Di gila

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