OVER THE NOISE alla Galleria Mario Iannelli

OVER THE NOISE

29.02.24 — 29.04.24

Navid Azimi Sajadi, Mario Diacono, Pietro Fortuna, Cyrill Lachauer, Bjørn Melhus, Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, Vettor Pisani

 

Inaugurazione 29.02  ore 18-21

 

La Galleria Mario Iannelli ha il piacere di presentare “Over the noise”, una mostra collettiva di opere di Navid Azimi Sajadi, Mario Diacono, Pietro Fortuna, Cyrill Lachauer, Bjørn Melhus, Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, e Vettor Pisani, che riflette sul concetto di “arte profetica” alla luce del pensiero elaborato dal filosofo Federico Campagna nelle sue recenti pubblicazioni “Magia e Tecnica. La ricostruzione della realtà” e “Cultura profetica. Messaggi per i mondi a venire”.
Secondo l’autore, che ha contrapposto le “cosmogonie” della magia e della tecnica ed ha esaminato il mondo della magia sotto il nome della cultura profetica, quest’ultima comprende la metafisica, il misticismo e lo sciamanesimo in un tetrafarmaco che offre vie alternative al fare mondo della tecnica, essendo una “metafisica delle molteplici dimensioni dell’esistenza fondata sulla compassione”.

 

L’occasione della mostra funge da thick description (descrizione densa) di tale tesi attraverso un’indagine sulle posizioni di artisti contemporanei di differenti generazioni e contesti, le cui ricerche condividono elementi fondamentali con le suddette vie filosofiche e spirituali, interpretando la profezia come presenza, non rappresentazione e non costruzione di un mondo (Pietro Fortuna), rivelazione in senso orientale (Navid Azimi Sajadi) ed in senso cristiano (“Non avere timore” di Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti), ritorno e trasmutazione (Vettor Pisani), filosofia dell’errante (Cyrill Lachauer), scrittura alchemica (Mario Diacono) de-costruzione della metafisica della tecnica e ritorno spettrale dell’origine (Bjørn Melhus).

 

Il titolo della mostra introduce una metafora che va oltre l’oggetto. Cosa può esserci oltre il rumore? E di quale rumore si parla?
Andare oltre al rumore per la metafisica della magia è porre in primo piano l’ineffabile entrando in uno spazio sacro ed è andare oltre al rumore generato dalla metafisica della tecnica in cui la vita è intesa solo come vulnerabilità del sistema, guasto strutturale da ricondurre al linguaggio assoluto.
La metafisica della tecnica contempla che la verità sia rappresentazione e la rappresentazione sia verità e conseguentemente riduce lo spazio della vita alla sua dimensione linguistica come per le dimensioni economiche, produttive, etniche o identitarie in cui l’individuo è pari a un processore in una serie.

 

Nelle vie magiche si verifica invece un “riscatto della presenza” (De Martino) per superare uno stato di crisi ed il rumore del mondo, il suo dolore, diventa all’opposto il sintomo di una metafisica basata su ciò che precedentemente era “l’ombra del tempo” della tecnica.
L’ineffabile, ovvero ciò che non può essere descritto linguisticamente, riporta in armonia concetti opposti quali l’esistenza e l’essenza, l’unità e la molteplicità, l’eternità e il tempo, facendo proprio il linguaggio, potendo da esso districarsi da una parte e interpretarlo dall’altra.
Essendo solo percepibile, l’ineffabile risiede nel “cuore” dell’esistenza, come guida nascosta e capacità di attingervi per divenire “io, persona, sé, simbolo”.

 

Arte magica e profetica è quindi l’“abilità a trasmettere l’ineffabile e i suoi dati evidenti e tangibili”, di andare oltre il rumore, il mysterium tremendum et fascinans, l’unheimlich, l’uncanny, il non familiare reso familiare.
Perdere il mondo per ritrovarlo, curando costantemente l’emergere della realtà con la presenza, nell’intuizione che conoscere sia essere e riconoscere.
Una forma di iniziazione, che invita a valicare uno spazio per trovare un fuori, una via di uscita verso il passaggio ad una realtà basata sulla conoscenza e attraverso essa sulla salvezza e la libertà, che possa trasformare la crisi in un atto di ricostruzione.

 

 

 

La mostra si apre con l’opera video di Bjørn Melhus “Das Zauberglas” (“The Magic Glass”, 1991), opera miliare nel lavoro dell’artista, con cui ha iniziato la propria straordinaria epopea creativa di interpretazione di alter-ego nell’immagine filmica. In essa, uno dei personaggi interpretati da Melhus si rade di fronte ad uno schermo tentando di specchiarsi e di interagire con il suo doppio all’interno, il personaggio di Dorothy, una rappresentazione femminile dell’artista che si appropria della voce doppiata in tedesco di Debra Paget del film western americano del 1950 “Broken Arrow”, la quale vive in una sua dimensione separata che allude inoltre ad altre dimensioni da lei vissute oltre la circostanza dell’incontro. Sarà inoltre la protagonista di successivi film. Anche lo spettatore che guarda l’opera è coinvolto in questa proliferazione di alter-ego che generano l’unheimlich, uno spiazzamento dei concetti di identità nella persona, dove maschile e femminile convergono.
Lo schermo, nuovo specchio magico, produce un altro da sé impossibile. I personaggi tentano vanamente di comunicare.
Nella ricerca di Bjørn Melhus l’unheimlich ci dà la caccia come un fantasma, nello stesso modo in cui il magico è in realtà l’ombra del mondo della tecnica, ovvero tutto quello che è posto da essa all’oscuro. Si configura una fattispecie “hauntologica”, nel senso profetico dato da Derrida e Fisher e da McLuhan con il “medium è il messaggio”.
L’essenza dello scambio tra i due personaggi del video è tipica di una relazione amorosa che produce desiderio, ma dopo la sua confessione la disperazione prende il sopravvento perché in realtà dall’altra parte sembra non esserci nessuno e non resta al protagonista che cercare vanamente se stesso in quell’inconscio, nella caduta del soggetto in quel mondo.
In un’analogia con la tradizione buddista, lo schermo è oggetto della meditazione come un vaso di fiori, posto infatti accanto ad esso, su cui all’inizio e alla fine del video cadono i capelli tagliati.
Le sue recenti narrative mostrano chiaramente scenari apocalittici non molto differenti da quelli attuali. “Resolution” (2022) narra di uno stato primordiale trascendentale che l’umanità raggiungerà nel 2071-2078, mentre in “Sugar” (2019) un robot umanoide amichevole e premuroso, inviato a curare l’HON (Human Organism Natural) intrappolato in uno spot pubblicitario, si riconnette all’energia della natura e del cosmo, sua meta finale. L’umanità vive in uno stato di emergenza permanente alla fine dei tempi e in cui le è impedito di tornare ad uno stato originale o “ritorno a casa” in “The End Time” (2019) mentre in “The Theory of Freedom” (2015) il mondo è tiranneggiato dell’oggettivismo in cui vengono impartite teorie di libertà.
In questo modo Melhus pone di fronte contemporaneamente ai mondi della tecnica e della magia muovendo una critica al primo ed un’invito a valicare la soglia del secondo, oltre il rumore generato dalla trasmissione/ non trasmissione dello schermo ed in quello che consiste l’essere in entrambi. 
Come “Videodrome” di Cronenberg ci aveva portato dentro, “Magic Glass” di Melhus ci porta fuori. Il rumore bianco dell’assenza di segnale video conduce verso un’estasi ma anche ad un’insopportabilità e una liberazione. Ciò è alimentato ed ottenuto anche con l’uso spregiudicato e quasi psichedelico del linguaggio, con la pronuncia di frasi sibilline di notevole impatto emotivo che sono citazioni e campionamenti di voci originali di film, ripetute come flash di luce secondo uno schema elettrico on-off, piene di incanto quanto di opposizione all’oggetto del racconto.
La musica, la voce ed i testi hanno un ruolo importante nelle sue opere producendo un ritmo che ci lascia entrare attraverso la ripetizione nell’inconscio personale e collettivo.
I suoi originali doppi mettono in scena un teatro di travestimenti ed animazioni e di nudità dell’umanità spesso malata, presa nel loop del potere del medium che la isola e da cui è dipendente, in cui appare come un guaritore che viaggia nello spazio-tempo, tramutandosi nei suoi alter-ego come uno sciamano. 
“The Magic Glass” è stata anche l’opera iniziale della recente serie di screening presso l’Accademia di Villa Massimo di Roma durante la residenza di Bjørn Melhus, che hanno esposto un lavoro di cura della propria ricerca trentennale che ha raggruppato diverse sue opere in narrazioni divise per temi quali “The Yellow Brick Road”, sull’evoluzione dei suoi alter-ego in parallelo all’avanzamento della tecnica, “We are at War” sulla guerra, “Tainment”, sull’intrattenimento, “Capitapocalypse” sull’apocalisse del capitalismo, che aspirano ad essere secondo la sua intenzione un unicum continuo.

 

L’occasione della mostra rende possibile mettere in confronto ed in parallelo la ricerca incentrata sui video doubles di Bjørn Melhus con l’apparato di doppi generato dall’opera di Vettor Pisani prelevati dalla storia e dalla storia dell’arte. Oltre l’appropriazione, altri punti in comune fra le ricerche dei due artisti sono la narrazione metafisica, l’approccio psicoanalitico e sciamanico, l’umorismo, la rappresentazione di un teatro dell’umanità e del cosmo, in cui anche la ricerca di Vettor Pisani si pone come profetizzante un ribaltamento dei limiti e dei confini nella sua era, seppur guardi al passato per essere una cerniera con il futuro, come egli stesso affermava, mentre i temi trattati da Bjørn Melhus riguardano direttamente il mondo contemporaneo.
Nel particolare delle opere esposte, l’analogia si potrebbe porre in confronto al “Grande Vetro” di Duchamp, opera che ritorna nell’opera di Vettor Pisani sin dallo “Scorrevole”, considerando che lo schermo dà vita ad una macchina celibe di desiderio.
L’opera in mostra di Vettor Pisani è una stampa digitale di grandi dimensioni su pvc dal titolo “Musa” che mette insieme in collage il dipinto di Arnold Bocklin “L’Isola dei Morti” sullo sfondo ed una fotografia di un nudo di Irina Ionesco al centro. L’immagine monocroma è immersa in una nebbia blu, “azzurra luce di cieli e di mari, dell’etere stesso dei nostri pensieri” (Mimma Pisani).
L’immagine dell’“L’Isola dei Morti”di Arnold Bocklin è una ripetizione costante nell’opera di Vettor Pisani che egli stesso spiega in un’intervista (pubblicata da Flash Art) con Massimo Riposati, amico, gallerista ed editore che ha seguito la sua vicenda artistica sin dall’inizio, in cui dice che è “un luogo che ritorna continuamente nell’opera di Dalì e che parla della ricerca di un luogo dell’infinito o dell’eternità, del sublime e dell’immaginazione”, luogo che Vettor Pisani ha trovato anche in analoghi reali che ha costruito e in cui ha vissuto come il Virginia Art Theatrum – Museo della Catastrofe (Serre di Rapolano, Siena) e la sua ultima residenza di fronte al Cimitero Acattolico della Piramide Cestia a Roma. E continua: “L’uomo moderno deve recuperare la propria tragicità, la propria drammaticità. Cancellare il suo destino di drammaticità è un tentativo di alienazione. L’arte è la creazione del proprio immaginario, quello che costruisce una maschera all’essere, un tentativo, attraverso l’artificio, di creare un’immagine che nasconda il reale, la materia. Noi siamo degli esseri ibridi, siamo fatti di divinità, di umanità e anche di animalità”.
“Sulla tomba di Böcklin c’è scritto che non tutti muoiono e questo non significa che tutti sono immortali – anche sull’epigrafe originale di quella di Vettor Pisani era scritto “Qui giace un’immortale” – perché le cose esistono solo per chi crede nelle cose”.
L’’immagine dell’opera in mostra introduce un altro tema ricorrente nell’opera di Vettor Pisani, l’androgino come simbolo di unificazione degli opposti, affrontato dalla sua prima mostra “Maschile, femminile, androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp” (Galleria La Salita, Roma, 1970) e poi nella performance “Androgino (carne umana e oro)” (“Contemporanea”, garage di Villa Borghese, Roma, 1973).
Attraverso l’appropriazione di dottrine gnostiche, massoniche e rosa-croce all’interno della sua opera alchemica totale “R.C. Theatrum” l’arte di Vettor Pisani “rappresenta l’erranza iniziatica delle virtù artistiche e magiche con cui si accede al gioco cosmico” (Danilo Eccher. Per un’estetica rosacroce).
E’ tuttora in corso la sua mostra retrospettiva presso la Fondazione Pino Pascali (Polignano a Mare, Bari) a cura di Giovanna dalla Chiesa e Carmelo Cipriani, che ripercorre la figura ideale dell’“R.C. Theatrum” con il titolo “Vettor Pisani. L’Enigma e il segreto”.
All’interno della presente indagine sull’arte profetica, “il segreto di questo mondo è un enigma che la sola conoscenza non risolverà mai”(Hafez, poeta mistico persiano), in quanto è una conoscenza presenziale “che assomiglia alla percezione non mediata che si ha del proprio dolore, dove conoscere qualcosa ed esserlo sono inestricabilmente legati”, un confine dove non c’è il confine ma un abisso.

 

Anche Navid Azimi Sajadi ha realizzato recentemente un confronto con l’opera di Vettor Pisani, che si è successivamente ampliata anche a quella di Joseph Beuys (“Terreno-Ultra-Terreno”, Studio la Linea Verticale, Bologna, 2023).
La figura dell’eroe e dell’anti-eroe su cui si basa la dialettica critica di Pisani verso Beuys e più ampiamente una concezione duale che può portare alla catastrofe o alla congiunzione degli opposti, ricorre nella sua ricerca che parte da concezioni filosofiche orientali che si fondono a quelle occidentali in una fusione armonica.
“Le immagini delle opere di Navid Azimi Sajadi appartengono alla tradizione del Museum Hermeticum, patrimonio inesauribile di studi e rivelazioni contenuti nei testi sacri, filosofici e di alchimia in cui Occidente o Oriente si sono incrociati illuminandosi di corrispondenze. In questa unità di visione, la conoscenza conduce alla salvezza e la consapevolezza all’accesso alla verità sperimentabile dall’uomo al centro del suo mondo interiore”.
“L’uso della stella a cinque punte – ricorrente nel suo lavoro di matrice simbolica – è paragonabile all’intenzione con cui Leonardo Da Vinci ha disegnato l’”Uomo Vitruviano”, ponendolo al centro dell’universo e a molti altri esempi in cui il cinque designa un cambiamento, un passaggio di stato e verso cui si desidera una protezione” (“Lo spazio magico nei primi lavori di Navid Azimi Sajadi”, Mario Iannelli, 2020).
Nelle sue installazioni e nei suoi disegni su carta la stella a cinque punte che delimita lo spazio sacro è disegnata con scritture personali associabili alla quella di testi religiosi, al fogliame del cipresso, al filo spinato o a catene. Tale scrittura percorre simboli di vita e di distruzione quali il teschio, la mela, l’uccello, la tromba, l’aquila, il serpente, la bomba atomica, la gabbia toracica connettendo le varie parti dell’opera.
Un’altra versione della stella a cinque punte è presente nel ciclo “The Bridge” (presentato al Museo Macro, Roma) in cui corpi femminili formano archi dal cui ventre, punta superiore della stella, nascono manifestazioni simboliche che bilanciano simmetricamente gli elementi della visione.
Il nuovo lavoro in mostra sperimenta la combinazione di serie e materiali differenti, quali pittura a foglia d’oro, la stampa, la tecnica mista su carta, metodo che rispecchia dall’altra parte il suo perenne processo di mescolamento e regia dei miti e delle filosofie che porta di volta in volta in causa.
Nei sincretismi che le sue opere sviluppano la rivelazione rimane sullo sfondo come un accecamento o un’ombra che pone con grazia e mistero l’architettura simbolica complessiva.

 

Il confronto reale tra Roberto Pietrosanti e Giovanni Lindo Ferretti ha dato vita al progetto “Non avere timore. Roberto Pietrosanti in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia Leonardo Aquilino” realizzato a Cerreto d’Alpi nel 2014 ed esposto in alcune mostre presso gallerie ed istituzioni tra cui la Galleria La Nuova Pesa di Roma (2016), Il Castello di Rivara (2016), Artefiera Bologna (2017), Battistero di S.Giovanni in Corte Pistoia (2017), la Triennale di Milano (2018).
I due artisti, provenienti da formazioni diverse, visuale il primo, musicale il secondo, si sono incontrati nel tema dell’Annunciazione, uno dei temi sacri e pittorici più rilevanti della tradizione occidentale che segna l’inizio della sua metafisica, in cui l’angelo, ovvero la voce, è protagonista dell’evento ed è dispositivo per le opere concettuali che compongono la serie che consiste in un unicum indivisibile.
“Non avere timore” è un motto per lo spirito che apre alla trascendenza, è un “apparire alla Madonna” per dirla con Carmelo Bene, “ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo…più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono… sono apparso…sono detto…mi diceva la voce, il mio interno cantar l’ascolto”.
Le opere della serie, che contiene anche un libro d’artista, consistono in quelle realizzate da Roberto Pietrosanti, i “pizzini” scritti da Giovanni Lindo Ferretti e le fotografie di Leonardo Aquilino.
Nel loro insieme esprimono il mistero dell’ineffabile che si fa luce ed anima nel paesaggio, canto nella poesia e corpo nella scultura.
Alcune delle opere di Pietrosanti realizzate con spilli su tela sono la rappresentazione anatomica di un canto. Già a fine anni Novanta Pietrosanti aveva iniziato a elaborare opere sul concetto di voce (esposte nel 2006 nella mostra personale alla A.A.M. di Roma). In esse si verifica un cortocircuito nella percezione della linea, apparentemente un segno tracciato rapidamente se osservato a distanza, ma consistente in una costellazione di punti, entrate ed uscite da una dimensione.
La purezza della voce ricercata da Pietrosanti si rispecchia nelle parole di Giovanni Lindo Ferretti “un Vortice d’Infinito/ penetra/ appagando/ un vortice di finitezza.”, “pulviscolo di EMPIREO”. Lo spillo tocca l’interiore provocando metaforicamente dolore, il quale diventa canto al soffio dell’ineffabile che agisce sullo sfondo, verbo incarnato, “Fear, Not”.
In due altri lavori, che usano l’uno il negativo dell’altro, bellezza e terrore si fondono. Le armi, simbolo del timore, intagliate nelle lastre d’acciaio che strutturano l’iconostasi, sono le frecce o i raggi su una campana di bronzo, simbolo del cuore. Entrambi rappresentano “monumenti del timore” (Giovanni Lindo Ferretti). In mostra è esposta una delle iconostasi, vero e proprio “lavoro a due teste”, nato dalla intensa pratica di conversazione che ha contraddistinto l’esperienza. Questa tradizionalmente è il luogo delle immagini che nelle chiese delimita lo spazio sacro rendendolo inaccessibile all’entrata e allo sguardo del fedele ed anche nella mostra separa il primo dal secondo spazio della galleria, mostrando il suo arabesco di armi per contrasto di luce con la prima sala buia dove è proiettata l’opera video di Bjørn Melhus.
Nella mostra risuona la voce di Giovanni Lindo Ferretti su alcuni dei foglietti scritti a mano o “pizzini” che hanno segnato i vari momenti dello scambio. Nelle sue parole, la profezia è un annuncio del mistero dell’incarnazione (“promessa della buona novella”) ma anche di una “diversa figurazione” ottenuta con un nuovo sfondo ineffabile in cui il “timore contiene bellezza”; così forse si potrà recuperare il senso dell’“utilità delle frontiere e della didattica della separazione”, “dare senso al fare o a interpretare ciò che è in potenza e chiede di essere atto”.
La voce che fa risuonare il rasa dell’opera, ovvero la luce che vi entra, ci invita a “non avere timore” di fronte ad una bellezza inaudita e terrificante, assenza che diviene presenza, ad abbandonarsi senza speranza e paura come atto di fede secondo un’“ istintiva necessità di ricerca della verità, una singola voce primordiale, contro tutto questo rumore” (Camilla Balbi, Non avere timore).
La voce come medium invisibile sorge da un desiderio di forma, di equilibrio nell’uso dei materiali nell’opera di Pietrosanti, e ad esempio rendere leggera la gravità. In queste sue opere la sacralità ha il sapore dell’armonia classica, su cui imprime una vertigine e una vibrazione aniconica, che nasce dal vuoto per ritornarvi, come nelle altre sue opere in cui il monocromo o la de-costruzione e ri-costruzione del colore passa per un azzeramento.

 

Luce, verità e futuro sono le imprevedibili conquiste che misurano con il metro dell’irrequietezza le spinte ed i desideri dell’umanità nei recenti lavori di Cyrill Lachauer.
Nei suoi narrative landscapes in cui porta avanti una ricerca antropologico-estetica sul paesaggio ed una critica alla società occidentale nei suoi estesi viaggi in America e in Europa, Lachauer è approdato ad una filosofia dell’”errante”.
In mostra fotografie di piccole dimensioni che sono state realizzate nei suoi recenti viaggi in America con cui ha completato la sua personale trilogia americana.
La figura dell’errante è intesa come un’ideale di resistenza ed uno stato che rende possibile narrative al di fuori delle tradizionali forme di fare mondo. E’ uno stato perché è un fenomeno che può manifestarsi in una realtà molteplice, sia essa vegetale, animale, umana ma è anche un’istanza sociale e politica. Può manifestarsi nella figura dell’uccello rapace che diventa uccello del declino o nelle figure dell’hobo e del treno merci, simboli di libertà e resistenza, ma anche di colonizzazione e migrazione. 
La perdita di un centro e di una verità è quello che vive l’errante umanità contemporanea.
Le sue opere sono narrative non lineari da un punto di vista tecnico ed ideologico. Sotto il primo punto di vista, il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, letteratura ed opere sonore in collaborazione con musicisti. Dall’altra parte, mostrano stati di perdita che sono stati realmente vissuti dai protagonisti. 
Quello che è possibile non è un nuovo mondo, magari il “Paradiso degli Hobo”, ma soprattutto la coscienza di quello attuale.
I suoi paesaggi sono sintomi, ultimi baluardi e convergenze di un profetico, oltremodo domandante movimento di trasformazione. In esse vediamo l’incubo americano ma anche delle tracce di verità, di luce e di futuro, “rovine fertili” che risiedono in un ottica non antropocentrica, sradicata da categorie e valori astratti e concentrata su interessi e spinte concrete, possibili in virtù di un etica fondata sull’altro, “su questo e quello, la soluzione dello sciamano” o su un altro simile esempio di erranza evocato da Lachauer nel suo lavoro, l’”alternativa nomade” di Bruce Chatwin.

 

Se il metafisico ricostruisce la realtà in una cornice di senso e lo sciamano la trasforma potendo mettere identità differenti sullo stesso piano, il mistico non ricostruisce la realtà in quanto essa è come una superficie riflettente che si riconosce in “quel tipo di intuizione immediata della propria esistenza”. Ineffabile e mondo si riflettono, “si dimenticano e si de-creano vicendevolmente in una co-creazione paradossale”. 
Quest’ultima è una via di liberazione attraverso la mente che si trova nell’opera di Pietro Fortuna, in cui non emerge né un linguaggio né una metafora ma lo stato delle cose, senza la pretesa di costruire un mondo ma semmai commutarlo alla sua intuizione. Quello che ha chiamato “gloria dell’inessenziale”, una mimesi del linguaggio della natura, senza richiamarla direttamente, ma trovandola in ogni sguardo. Ciò lascia uno spazio aperto per la possibilità alla realtà, di “infinite” realtà, una condizione che tutti hanno come base dell’esistenza.
Ad esempio, nei suoi lavori che consistono in fogli di plastica arrotolati, il reale dei rotocalchi stampato su essi si avviluppa trasparente su se stesso perdendo senso lasciando invece che la realtà si fondi unicamente sul movimento che si fa piegamento come allo stesso modo i suoi lavori pittorici degli anni Ottanta/Novanta che erano unicamente stesure, processi senza un fine fuorché essere la stesura.
In altri suoi lavori in cui utilizza materiali poveri quali il cartone (“Metatron”), la superficie ha una sua profondità, un corpo che è innanzitutto una Cosa con un alto grado di espressività senza bisogno di rappresentazione.
Soprattuto secondo la posizione del mistico la profezia è risvegliare innanzitutto il presente e la presenza di sé e di qualsiasi cosa.
La prima delle due opere esposte, “Candor” consiste in una fusione in bronzo di una canna e scatole di sardine dorate mentre la seconda in un assemblaggio fotografico. Nella prima, vi è una coincidenza tra ineffabile e linguaggio perché l’oggetto è letteralmente quello che è, una canna dorata, ma anche l’evento nell’oggetto, candore. La sua superficie non solo riflette la luce ma potenzialmente acceca se un raggio di sole vi cade mentre lo si guarda. 
Nella seconda, l’assemblaggio fotografico di motivi ricorrenti nella sua opera non ha alcuna intenzione narrativa riflettendo invece una “sovrabbondanza di dimensioni che supera la dicotomia tra ineffabile e linguaggio”. Due mele, una rosa, uno spazio vuoto, una casa, “ogni frammento della realtà emerge come una mappa attraversata dalle intersezioni tra le diverse dimensioni che lo costituiscono”.

 

Questo è il metodo di scrittura di James Joyce dell’”Ulisse” e soprattutto del “Finnegan’s Wake” a cui Mario Diacono ha anche dedicato un breve saggio di traduzione (“La Tartaruga”, 1° quaderno, 1961, ristampato in “I Lilliput”, 1970).
Il suo lavoro esposto è una talismano della mostra. Si tratta della messa in plexiglass del suo libro “Thotality” realizzato nel 1973/74. Successivamente con lo stesso titolo nel 2017 è uscita la pubblicazione che contiene i suoi scritti dal 1954 al 2014. 
Dall’allusione al dio Thot o Hermes e nello stesso tempo alla totalità, si pone come uno statement della sua scrittura che seziona e libera il linguaggio dalla parola descrittiva per rivelarne la compenetrazione di dimensioni, una “scrittura della totalità dell’essere” (Diacono. La parola esiliata).
Secondo la tesi di Diacono però questa scrittura “radicale/avanzata intimamente travolta dalla nostalgia della Cosa” (Diacono, Gesamtkunstwort), che si evolve verso il visuale, l’oggetto e la performance, l’iperscrittura ed opere post-verbali è rimasta come avanguardia non avendo cambiato le sorti della scrittura verbale-sintattica, che si è impoverita fino al linguaggio assoluto o “entropia del linguaggio” (Diacono, “Thotality”) che insidia oggi anche la spiritualità stessa. 
Diacono studia da sempre forme di spiritualità che vengono dal passato inglobandole nella sua iper-scrittura come in “Thotality” del 73/74 che contiene nello stesso tempo altri prelievi dal reale.
Sono accostate infatti figure geometriche, ideogrammi cinesi, parole in diverse lingue quali l’ebraico, il russo, l’inglese, l’italiano, il latino, prelievi da dizionari, libri, vignette, trattati esoterici, pubblicità, francobolli, biglietti numerati, cruciverba, elenchi, carte da gioco, marche industriali e tavole di pietra inscritte.
Il saggio critico è contenuto in colonne tra le pagine fitte di significanti. Non è solo testo visivo ma scrittura multiforme e magica. Scrittura, arte e mondi coincidono nella proliferazione di lingue, simboli, segni non indistinta ma organizzata in un linguaggio polimorfico che pone il linguaggio e l’esistenza in equilibrio. Questo è evidente nei testi alchemici – di cui “Thotality” è un esempio contemporaneo – che sono oscuri e spesso grotteschi, celando ricerche di verità dietro elaborate costruzioni non prive di umorismo. 
L’installazione del libro mostra solo la copertina e la prima pagina in cui il testo comincia insieme al simbolo esoterico “et sic in infinitum”, un testo in calligrammi cinesi ed il più immediato dei segni, il cuore, insieme ad un trafiletto di giornale sulla qualità della vita dei lavoratori con la domanda se l’umanità esista per la produzione ed il profitto o per il bene dell’umanità stessa. 
Come Diacono ha scritto sull’opera di Marcel Duchamp, anche Thotality consiste in “una scrittura ‘ermetica’ che deflagra il pensiero logico nell’ambizione magica, convogliando nell’oggetto l’inattesa apparizione d’un ultra-senso” (Diacono, Thotality).

 

Testo di Mario Iannelli

 

Tutti i virgolettati senza citazione nel testo sono di Federico Campagna

 

Navid Azimi Sajadi – 1982, Tehran, Iran – è un artista visivo e ricercatore nelle arti medio-orientali. Ha conseguito una laurea in Pittura presso l’Università di Arte e Architettura di Tehran nel 2005. Nello stesso anno si è trasferito a Roma, dove si è laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2009. Gli è stato conferito il premio della Fondazione Amedeo Modigliani e successivamente ha ottenuto il Master in Belle Arti in Scultura Multimediale presso l’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2013. Nello stesso anno, ha ricevuto un invito per esporre le sue opere alla 9a Biennale di Shanghai.
La sua pratica artistica si sposta tra installazioni, disegni e ceramiche, esplorando la sua esperienza di navigare tra due culture e abbracciando codici interculturali. Ha sviluppato un linguaggio esoterico di segni e simboli tratti da diverse mitologie, culti e religioni. Mettendo costantemente in relazione immagini, forme e memorie, crea un’ambientazione metaforica in cui gli spettatori possono attribuire una vasta gamma di significati a indicatori di tempo e spazio. Le sue opere seguono la logica di una narrazione labirintica o di vasi interconnessi in cui simboli, archetipi, significati e storie si trasformano e fluiscono l’uno nell’altro, dando vita ad una nuova configurazione visiva e ad una prospettiva caleidoscopica. Attraverso i corridoi delle sue idee, il tempo diventa fluido, mescolando passato, presente e futuro. Echi di antichi culti si fondono con temi contemporanei, illuminando la natura ciclica dell’esistenza e l’interconnessione delle migrazioni umane.
Tra le sue mostre in musei e istituzioni si annoverano: MACRO Museum, Roma; Getty Center, Los Angeles; Complesso monumentale di Monreale, Monreale; Museo Castello della Ziza, Palermo; Foundry Downtown, Dubai; Maraya Art Center, Sharijah; Brunei Gallery (Università SOAS), Londra; Pejman Foundation, Tehran; Museo Carlo Bilotti, Roma; Palazzo Bevilacqua Ariosti, Bologna, Centre for Print Research (CFPR), Bristol.
Vivendo e lavorando tra Roma e Tehran, Navid Azimi Sajadi continua a creare opere d’arte che affascinano e connettono le persone, esplorando i confini dell’espressione e dell’interpretazione.

 

Mario Diacono – 1930, Roma – vive e lavora a Boston. Poeta, artista, scrittore, critico, gallerista, docente all’Università di Berkeley, curatore, traduttore, l’attività di Mario Diacono si distingue per aver attraversato e diffuso la cultura d’avanguardia in tutte le sue forme. Nell’ambiente culturale di Roma stringe sin da subito sodalizi con figure quali Giuseppe Ungaretti, Sandro Penna, Emilio Villa, Edoardo Sanguineti collaborando a numerose riviste (tra cui Bit, Ex, Continuum, Quaderno) anche da lui curate (Tau/ma in collaborazione con Claudio Parmiggiani), partecipando all’esperienza della poesia verbo-visiva e delle nuove espressioni artistiche visuali.
La sua attività artistica si concentra nella scrittura oggettuale cha va dalla creazione di parole-oggetto a libri-oggetto. 
L’attività di critico che si sviluppa a sostegno di quella di gallerista ed è percorsa anch’essa da sodalizi come quelli con Achille Maramotti, Jannis Kounellis e Vito Acconci, è documentata in “Verso una nuova iconografia” e “KA. Da Kounellis a Acconci. Arte materia concetto 1960-1975” e nei numerosi saggi che ha scritto sull’opera degli artisti nelle pubblicazioni delle sue gallerie di Bologna, Roma, Boston e New York.

Pietro Fortuna – 1950, Padova – vive e lavora a Villanova in Umbria dove recentemente ha trasferito il suo Archivio. Studia architettura e filosofia e ancora giovanissimo collabora a importanti realizzazioni sceniche per il San Carlo di Napoli, La Scala di Milano e la Fenice di Venezia. Nel 1977 si tiene la sua prima mostra personale alla galleria Cannaviello di Roma, poi è presente a Milano dal 1978 al 1983 con altre personali: da Luigi De Ambrogi, Luciano Inga-Pin e Massimo Minini. Si trasferisce per alcuni mesi a New York dove espone da Serra e Di Felice. Negli anni ‘80 è presente alla XVI Biennale di San Paolo, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a Ville Arson a Nizza, al Kunstler House a Graz, al Frankfurter Kunstverein, alla XII Biennale di Parigi e in mostre quali “Italiana: nuova immagine” alla Pinacoteca Comunale di Ravenna e “Anni ’80” alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Si susseguono molte altre mostre in gallerie e musei internazionali come da Annina Nosei Gallery a New York, Otmar Triebold a Basilea, Montenay – Delsol a Parigi, Ville Arson a Nizza, Kunstler House a Graz e al Frankfurter Kunstverein. In Italia il suo lavoro è rappresentato dalla Galleria Giuliana de Crescenzo a Roma, Eva Menz e Ippolito Simonis a Torino e lo Studio Guenzani a Milano. Negli anni ’90 realizza nuovi cicli di opere con installazioni e lavori di grande formato con cui è presente al Palais de Glace di Buenos Aires, alla Galleria d’Arte Moderna di San Marino, al Museo d’Arte Moderna di Bogotà, alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, a Le Carré Musée Bonnat di Bayonne e al Museo Pecci di Prato, e in mostre quali “Cadenze” e “Italia-America, l’astrazione ridefinita”. 
Nel 1996 fonda “Opera Paese” un luogo in cui s’incontrano importanti figure dell’arte, della musica e del pensiero, da Philip Glass a Jan Fabre, da Pistoletto a Carlo Sini, da Kounellis a Gija Kancheli. 
Dal 2000 al 2006 seguono altre personali tra cui al Palazzo del Capitano del Popolo di Todi, alla Nuova Pesa e allo studio Stefania Miscetti di Roma. Inoltre partecipa a “Exempla II, arte italiana nella vicenda europea 1960-2000”, Pinacoteca Civica di Teramo e a “Enclave 1”, CAMEC, Centro per l’Arte Moderna e Contemporanea di La Spezia.
Negli anni più recenti seguono altre personali al Watertoren Centre for Contemporary Art di Vlissingen, alla XII Biennale Internazionale della Scultura di Carrara, al Tramway di Glasgow in cui avvia il ciclo “Glory”, alla Fondazione Morra di Napoli, al Macro di Roma, al Marca di Catanzaro, alla Quadriennale di Roma e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 2019 è al Parco della Murgia a Matera e nel 2020 per il ciclo Geografico è presente a Palazzo Landolina a Noto, alla Farm Cultural Park di Favara e al Teatro Garibaldi di Palermo. Seguono la partecipazione a Manifesta 13 nel 2020 a Marsiglia e la personale “Glory VI Au temps où nous n’étions pas des hommes” al BPS 22 di Charleroi nel 2023.
Di recente ha esposto una sua mostra personale alla Galleria La Nuova Pesa di Roma con cui ha realizzato diverse mostre personali (1998, 2003 bi-personale con Vettor Pisani, 2006, 2023) e collettive.

Cyrill Lachauer – 1979, Rosenheim, Germania – ha studiato regia, etnologia e arte a Monaco e Berlino. Nel 2011 ha fondato insieme ad altri colleghi l’etichetta Flipping the Coin. 
Ha ricevuto numerose borse di studio e premi tra cui recentemente Medienboard Berlin-Brandenburg, Pollock-Krasner Foundation Grant, New York, Accademia Tedesca Villa Massimo (Premio Roma 2020/21).
Il suo originale stile narrativo non è definibile in una categoria essendo un lavoro unico in cui convergono fotografia, video, scrittura ed opere sonore in collaborazione con musicisti. 
Vive e lavora a Berlino e parzialmente a Los Angeles. 
I suoi “paesaggi narrativi” richiedono una diversa lettura della nozione di paesaggio e di confine nell’ambito della ricerca antropologico-estetica sulla società occidentale osservata nei suoi estesi viaggi.
Recenti mostre personali sono state organizzate dalla Goetz Collection, Monaco, dalla Haus der Kunst, Monaco, Berlinische Galerie, Berlino, Video Art At Midnight, Berlino, Forum Alte Post, Museum, Pirmasens, Deutsches Auswandererhaus – German Emigration Center, Bremerhaven, Museum Villa Stuck, Monaco, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin, Villa Aurora, Los Angeles, artothek – Raum für junge Kunst, Cologne. 
Il suo lavoro è stato presentato in recenti mostre collettive quali “15 Jahre IBB – Preis für Photographie”, Kommunale Galerie, Berlin, “Paradise Lost # gender shift, DG Kunstraum”, Monaco, “Natur als Argument”, Kunstverein Bamberg, “Art & Anthropology. Auf der Suche nach dem Anderen”, Galerie im Körnerpark, Berlin, “Van Bommel Van Damm Preis”, Museum Van Bommel Van Damm, Venlo NL – Wilhelm-Hack-Museum, Ludwigshafen.

Bjørn Melhus – 1966, Kirchheim/Teck, Germania – è un artista multimediale tedesco-norvegese. Vive e lavora a Berlino. Nel suo lavoro ha sviluppato una posizione singolare, ampliando le possibilità di una ricezione critica del cinema e della televisione. La sua pratica di frammentazione, distruzione e ricostituzione di figure, argomenti e strategie ben noti dei mass media apre non solo una rete di nuove interpretazioni e commenti critici, ma definisce anche in modo nuovo il rapporto tra mass media e spettatore. Originariamente radicato in un contesto cinematografico sperimentale, il lavoro di Bjørn Melhus è stato proiettato e premiato in numerosi festival cinematografici internazionali. Ha tenuto proiezioni alla Tate Modern e al LUX di Londra, al Museum of Modern Art (MediaScope) di New York e al Centre Pompidou di Parigi, tra gli altri. Il suo lavoro è stato esposto in mostre come “The American Effect” al Whitney Museum di New York, all’8a Biennale Internazionale di Istanbul, mostre personali e collettive al FACT Liverpool, Serpentine Gallery London, Sprengel Museum Hannover, Museum Ludwig Colonia, ZKM Karlsruhe, Denver Art Museum, tra gli altri.
E’ attualmente in residenza all’Accademia Tedesca di Roma Villa Massimo (Premio Roma 2023/24).

Roberto Pietrosanti – 1967, L’Aquila – vive a lavora a Roma dove si trasferisce alla fine degli anni Ottanta e da cui inizia la sua fitta attività espositiva in Italia e all’estero, tra cui Parigi, New York, Londra, Madrid.
La sua ricerca pittorica monocromatica ragiona sulla de-costruzione dei concetti spaziali per volgere lo sguardo al complesso architettonico, realizzando opere monumentali, opere-ambiente ed installazioni site specific in mostre come “Monocromos. Da Malevic al presente” al Centro de Arte Contemporanea Reina Sofia, Madrid, “Confines” al Museo IVAM di Valencia, alla X edizione della Biennale di Architettura di Venezia, presso l’ Area Archeologica del Palatino/Foro Romano, al Museo dell’Ara Pacis di Roma, alla Triennale di Milano, al Castello di Rivara, alla sedi di Sorgenia a Milano, di SIDIEF a Roma e a Ravenna in collaborazione con la Compagnia del Progetto insieme agli architetti Franco Purini e Carlo Maria Sadich e alla direzione artistica del professor Francesco Moschini, A.A.M. ArchitetturaArte Moderna, Roma. Vince il concorso di idee per la risistemazione di P.zza Augusto Imperatore a Roma. 
In parallelo affronta anche una serie di progetti per il teatro e la danza contemporanea.
Recentemente il suo lavoro è stato esposto dalla Galleria La Nuova Pesa di Roma in mostre personali (“Non avere timore” in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, fotografia di Leonardo Aquilino, “Spinarium”, “Codici / GOYA”) e collettive.

Giovanni Lindo Ferretti – 1953, Cerreto Alpi – è un cantautore, scrittore, attore ed ex attivista italiano, noto soprattutto per essere stato cantante e paroliere nella band CCCP – Fedeli alla linea e nelle sue successive “incarnazioni” (CSI, PGR). È considerato uno dei padri del punk italiano. Negli anni successivi continua a portare in giro per l’italia diversi spettacoli teatrali e a realizzare album da solista, tra cui recentemente “SAGA – IL CANTO DEI CANTI”, “Bella gente d’Appennino, di madri e di famiglie”.
Nel 2014 nasce la “Fondazione Giovanni Lindo Ferretti SAGA il canto dei monti” a Collagna, alta valle del Secchia, nell’Appennino reggiano. La Fondazione si propone come “luogo di formazione e sviluppo di una disciplina umanistica, fisica e mentale, storica e geografica, individuando in un teatro barbarico e montano, un teatro di uomini cavalli e montagne, la forma principe del proprio operare”.

Vettor Pisani nasce a Bari nel 1935. “Nato già famoso” nelle sue auto-biografie in cui realtà e finzione sono mescolate, sovrappone la sua identità a quella dell’omonimo ammiraglio italiano trecentesco, capitano generale della flotta veneziana, una delle molte altre generate dalla sua costante ricerca sul doppio.
Giunge a Roma nel 1968 dove lavorerà per tutta la sua vita fino al 2011, “fondandovi un teatro e una scuola R.C.” (cit. autobiografia di Vettor Pisani). Nel 1970 tiene la sua prima personale alla Galleria La Salita e vince il premio Pino Pascali conferito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Seguono mostre personali alla Modern Art Agency, Napoli, Galleria Gian Enzo Sperone, Roma, Galleria L’Attico, Roma, Palazzo Taverna, Roma, Framart Studio, Napoli, Galleria Pio Monti, Roma, Galleria Mario Pieroni, Pescara, Galleria Salvatore Ala, New York, “R.C. Theatrum. Teatro di Artisti e Animali”, Museum Folkwang, Essen, “El pequeño Teatro de la Virgen”, Sala Parpallò, Valencia, “Il teatro di Cristallo”, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento, Castello di Rivoli.
La sua opera è stata presentata in numerose mostre collettive e biennali in Italia e all’estero tra cui Documenta, Kassel (1972), La Biennale di Venezia (1978, 1984, 1986, 1990, 1993, 1995, 2007 “L’Isola Interiore. Isolamenti e Follia” – Eventi collaterali), Biennale di S.Paolo (1979), Biennale di Parigi (1971, 1973), “Arte Povera. 13 italienische Künster. Dokumentation und neue Werke”, Kunstverein, Munich, “Italian Art Now: An American perspective” e “Emerging Artist 1978-1986”, Guggenheim Museum, New York, “Images of the Unknown” MOMA PS1, New York, “Arte Italiana 1960-1982” alla Hayward Gallery, London, “Terrae Motus” al Grand Palais, Paris, Quadriennale di Roma (1973, 1986, 1992), “Arte e critica 1980”, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma,”Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970, Palazzo delle Esposizioni, Roma, “Avanguardia/Transavanguardia 68-77”, Mura Aureliane, Roma, “Open Mind Close Circuits”, Museum van Hedendaagse Kunst, Gand.
Dal 1995 fino al 2006 nel paesaggio delle cave di travertino di Serre di Rapolano presso Siena è impegnato nel progetto “Virginia Art Theatrum (Museo della Catastrofe)”, in cui ambienta “R.C. Theatrum”, Teatro Rosa-Croce, nome conferito dall’artista alla figura di teatro ideale che ispira tutta la sua ricerca. 
Negli ultimi anni seguono altre personali in collaborazione con la Fondazione Morra, Napoli, “Mimma e Vettor Pisani. L’angelo dell’Occidente”, “Vettor Pisani. Nostalgia. Volo di ritorno”, Torre di Guevara, Ischia, “Apocalypse Now”.
Nel 2012 il Museo MACRO di Roma organizza il primo omaggio cui seguono varie personali, tra cui la grande retrospettiva “Eroica/Antieroica” al Museo MADRE di Napoli (2013-14) tenutasi successivamente al Teatro Margherita di Bari. E’ attualmente in corso la mostra retrospettiva “Vettor Pisani. L’enigma e il segreto” alla Fondazione Pino Pascali (Polignano a Mare, Bari).


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