Simon Hantaï , l’irripetibile seriale

Simon Hantaï (Biatorbàgy, Ungheria, 7/12/1922 – Parigi 12/9/2008), in questi giorni visibile alla Gagosian  Gallery di Roma in una mostra dal titolo  Azzurro, è l’artista che ha offerto un particolare termine di valutazione che ha inciso profondamente nella storia dell’arte contemporanea in senso rivoluzionario.

 

Forse più di tanti altri si è spinto oltre l’impossibile, oltre la concezione di non arte al punto che lui stesso ha deciso di interrompere l’attività produttiva di opere che non erano nient’altro che la negazione dell’artista stesso che la realizzava. Simon Hantaï smette di dipingere nel 1982 dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia per non partecipare più allo spettacolo dell’arte. Per Simon Hantaï l’arte non può essere spettacolarizzata specie se negata nella sua realizzazione.

Il Pliage è una tecnica che svincola l’esecuzione artistica dalla responsabilità del risultato, quelle piegature che rimangono esenti di pittura come, viceversa, la restante parte colorata, sono la cifra espressiva del caso non dell’artista.

Ben spiegate nel libro di Molly Warnock  e maggiormente comprensibile in quello che si vede nel seguente  video del direttore di Villa Medici Eric De Chassay, Simon Hantaï, con la sua tecnica raggiunge  il non ritorno, un limite, una composizione irripetibile, dopo di che non può esistere nulla che il suo manufatto. Questo tipo d’esecuzione è un dato, un fatto dal quale è difficile prescindere, è quel particolare termine di valutazione, un atto rivoluzionario, un atteggiamento che va oltre l’arte.

 

 

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