Chi è Germano Celant (Genova, 11 settembre 1940 – Milano, 29 aprile 2020) certamente non devo essere io a dirlo: è il più grande e famoso critico d’arte contemporanea italiano, da poco scomparso. Mi risparmierò, quindi, non solo di scrivere la sua biografia, ma anche i miei pensieri che poco contano rispetto a un personaggio ingombrante come lui.

Però mi ha stupito il suo ultimo libro, pubblicato proprio post mortem, un lascito culturale per essere ricordato in futuro.

Bravo come sempre, Celant ha focalizzato il tutto nell’elenco delle sue mostre realizzate nella sua attività professionale, modesto no? Un’opera autocelebrativa per i posteri, un po’ come i faraoni dell’antico Egitto si facevano le piramidi; mancava solo che si facesse mummificare e tutti saremmo stati felici di accorrere ad ammirarlo nel suo mausoleo, come gli idioti che andavano e ancora vanno in fila con i fiori da Stalin.

Tra l’altro quello che sono state le sue mostre mi pare sembra strano che sia lui stesso a dirlo, mentre a farlo dovrebbero essere altri storici dell’arte o critici, i medesimi che, quando era in vita, si è sempre prodigato a delegittimare.

Il libro, The story of (my) exhibitions, solo 65 euro, vedine la recensione su il Giornale dell’Arte, ha la presunzione di dirci che nell’arte contemporanea esistono varie contaminazioni tra i diversi ambiti espressivi ovvero tra i vari linguaggi, ma no?! Ci vuol fare accorgere, dopo che è morto, che la ben nota caratteristica intrinseca dell’arte contemporanea è una sua scoperta e che insomma toccava a lui dall’alto della sua autorevolezza di critico e storico dell’arte la rivelazione postuma che è il contenuto portante del suo testo, o testamento.

Viene da pensare (o ripensare!) a quello che è stato tutto il movimento d’Avanguardia, ma lasciamo perdere, non crederete che mi metta a fare a gara a chi spiega meglio l’arte contemporanea con un personaggio importante come Celant.

Germano Celant e Miuccia Prada

Però una piccola cosa mi sento di dirla anch’ io. Come si fanno a inquadrare tutti i movimenti, i linguaggi, le pratiche artistiche e tutte le discipline che sono venute fuori dal ‘900 in poi e soprattutto quelle dopo gli anni ’50 ai giorni nostri? Chi ce lo dirà? Purtroppo gli storici no, perché oltre i cataloghi di mostre o gli innumerevoli libri che trattano un solo aspetto dell’arte contemporanea (storia della Pop art, storia dell’astrattismo, la street art ecc.) i cari storici preposti a farlo non vanno, benché abbiano il monopolio editoriale e delle cattedre e tutti i più prestigiosi titoli e incarichi della cultura, come del resto il mitico Celant.

Gli storici lasciano a noi, poveri plebei, il compito di districarci nella matassa delle varie espressioni artistiche, chiaramente sempre sotto minaccia di essere tacciati di ignoranza perché solo loro sono i dotti ne hanno di fatto l’esclusiva.

Certo, a tutti gli studenti dell’accademia delle Belle Arti sarebbe piaciuto avere come libro di testo la recente storia dell’arte contemporanea fatta proprio dal più illustre dei critici italiani, quello da cui tutti gli artisti desideravano avere una citazione o una presentazione anche di due righe, ma non è andata così. Celant, che ha scritto tantissimo, non è riuscito a comporre una storia dell’arte e se ne è andato per sempre lasciandoci a bocca asciutta.

Giovanni Lauricella

P.s.: potrete trovare altro su Germano Celant circostanziato in un articolo Piazze Romane su agenzia Radicale

Di gila

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