"Emotività femminile"

"Emotività femminile"
Dal monologo teatrale "Nuda" di Chiara Pasetti, dedicato alla poetessa Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) che si vedrà il 28 settembre a Novara ha preso ispirazione la mostra di pittura alla galleria Minima contemporanea. L'intrigante personaggio di Antonia Pozzi, poetessa di grande talento, rappresenta un caso emblematico di quella condizione femminile spesso ignorata. Mi riferisco a quell'amore impossibile che ti fa perdere la testa, rendendoti incapace di affrontare la vita, come accadde ad Antonia Pozzi che a soli 26 anni si suicidò.
Spesso l'intensità dell'amore non è ricambiata, forse perché può essere compresa solo da chi ama. Ci sono circostanze talmente svantaggiate che in alcuni casi diventano insormontabili, portando a un dramma che si conclude con la morte di chi subisce l'umiliazione dei sentimenti.
In una società in cui le donne compaiono come figure forti e in carriera – manager, presidenti, scienziate – che come immagine dominano schermi cinematografici, computer e smartphone con una crescente visibilità pubblica, il concetto stesso di amore sembra mancare di spazio vitale. La sensibilità femminile viene percepita come una dissonanza.
Da quel tragico epilogo di Antonia Pozzi, alla Galleria Minima Contemporanea si terrà una mostra con gli artisti della galleria dal titolo "Emotività femminile". Qui si evocherà la poetessa attraverso un dialogo tra opere artistiche esposte, poesie e testimonianze di chi sente il bisogno di parlarne.
"EMOTIVITA' FEMMINILE"
Galleria Minima Contemporanea
Martedì 22 ore 17
via del Pellegrino 18, 00186 Roma
Per avere una conoscenza migliore consiglio di leggere la bio di Antonia Pozzi in Wikipedia e di considerare il successo mediatico del film Poesia che mi guardi e anche, ovviamente di leggere anche alcune sue poesie tra le più belle.
Su Chiara Pasetti autrice del monologo teatrale.
Foto affettuosa di Antonia Pozzi, di quell'amore mai appagato.
A Novara la premièr teatrale
Ma veniamo a una serie di approfondimenti per meglio spiegare il fenomeno.
Emotività femminile cos'è.
L'emotività femminile si configura come un insieme complesso di risposte biologiche, psicologiche e culturali che influenzano profondamente il modo in cui le donne percepiscono, elaborano ed esprimono i propri sentimenti. Dal punto di vista neuroscientifico e biologico, la diversa conformazione e il funzionamento del cervello determinano una spiccata predisposizione al processamento emotivo. Tra le caratteristiche distintive si riscontra la presenza dei cosiddetti sentimenti viscerali, generati da attivazioni di aree cerebrali come l'insula e la corteccia cingolata anteriore, che consentono una forte immedesimazione nella sofferenza o nella gioia altrui. A questo si affianca una spiccata capacità di lettura emotiva, favorita dal sistema dei neuroni specchio, che rende più agevole identificare intenzioni, pensieri e segnali non verbali delle persone circostanti. Inoltre, il cervello femminile evidenzia una peculiare memoria emotiva, in cui l'interazione tra amigdala e ippocampo permette di registrare i ricordi relazionali in modo dettagliato e ricchissimo di sfumature sensoriali ed emotive. La tolleranza alla collera, d'altro canto, si manifesta con modalità differenti rispetto a quella maschile: la presenza di una corteccia prefrontale proporzionalmente più grande spinge spesso le donne a riflettere, meditare e valutare le conseguenze prima di esprimere apertamente la rabbia, unita a una spiccata resilienza o attitudine alla sopportazione delle frustrazioni e a una naturale inclinazione per l'intensa sensibilità emotiva. Sul piano evolutivo e sociale, la ricerca eletrofisiologica e cognitiva conferma un maggiore interesse e un'attivazione neurale più marcata del cervello femminile nei confronti dei propri simili e delle interazioni sociali, un fattore probabilmente legato al ruolo biologico di cura e alla predisposizione alla decodifica delle vocalizzazioni infantili. Tuttavia, lungo il corso della storia, queste caratteristiche sono state spesso oggetto di stereotipi e pregiudizi: la sensibilità e l'espressività femminile sono state di frequente ridotte a concetti quali fragilità, istintività o persino isteria, anziché essere riconosciute come forme di intelligenza emotiva ed empatia. L'educazione tradizionale ha storicamente spinto le donne a una maggiore introspezione, all'investimento relazionale e alla repressione dell'aggressività diretta, che talvolta è stata incanalata in forme di aggressività indiretta o in profondi sensi di colpa e sensazioni di inadeguatezza. La psicanalisi e la psicologia hanno a lungo approfondito complessi dinamici legati all'invidia, al senso di inferiorità, alla seduttività e al masochismo, categorie che nel tempo sono state rilette e rielaborate alla luce dei mutamenti socio-culturali. Oggi l'universo emotivo femminile sta vivendo un'importante ridefinizione sia sul piano personale sia su quello collettivo. Il raggiungimento dell'autonomia economica e l'affermazione professionale hanno permesso di superare modelli del passato che limitavano la realizzazione femminile unicamente alla maternità e al matrimonio, favorendo la crescita dell'autostima e della solidarietà tra donne. Al contempo emergono nuove manifestazioni emotive, come la rabbia di fronte alle ingiustizie e alle discriminazioni, un sentimento che alimenta il bisogno di rispetto, comprensione e pari opportunità. Attraverso movimenti culturali e nuove consapevolezze – come ad esempio il dibattito attorno alla cosiddetta female rage – le emozioni femminili, inclusa la collera, non vengono più etichettate come reazioni esagerate o illegittime, ma rivendicate e accolte con empatia come espressione autorevole della propria soggettività e come straordinario punto di forza nelle relazioni e nella società.
Female Rage
Il concetto di female rage non nasce come rigida definizione accademica, ma come una sensibilità collettiva e un filone narrativo che esplora la rabbia femminile in ogni sua sfaccettatura, dalle ingiustizie taciute e la violenza subita fino ai desideri repressi e alla sete di libertà. In queste storie, le protagoniste smettono di fare le vittime silenziose o gli angeli del focolare per diventare corpi in rivolta e anime che urlano, anche attraverso gesti estremi: una rabbia mai gratuita, bensì la diretta conseguenza di un sistema patriarcale che ha soffocato la voce delle donne. La letteratura trasforma questo dolore in arte, creando personaggi capaci di disturbare e affascinare al tempo stesso, e mentre il genere romance prometteva un lieto fine consolatorio, la female rage mette in scena la cruda realtà, come le frustrazioni del matrimonio, la violenza domestica, la maternità non desiderata o la sessualità usata come arma di ribellione. A parlarvene non è una donna, consapevole che queste riflessioni potrebbero non essere condivise dalle correnti femministe più radicali né dalla comunità omosessuale, poiché la contrapposizione tra i sessi viene talvolta estremizzata per essere usata al punto da rendere la convivenza ancora più difficile di quanto già non sia. Il tema resta comunque fortemente politicizzato e sostenuto da donne agguerrite, ma va analizzato anche attraverso nuove opere artistiche, come il monologo Nuda del 2026 di Chiara Pasetti, che riporta alla luce la figura di Antonia Pozzi, straordinaria poetessa degli anni '30 morta suicida a soli 26 anni per profonde insoddisfazioni affettive. Inserendo il lavoro di Pasetti all'interno della female rage, si evidenzia come questa narrazione della collera, dell'indignazione e del dolore stia conquistando librerie, social ed editoria globale, dimostrando di non essere un fenomeno di nicchia ma un vero movimento culturale che dà finalmente voce a ciò che per secoli è rimasto represso.
Il fenomeno relazionale della donna è più complesso e insidioso di quello che normalmente appare.
Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica particolarmente crudele in cui l'aggressore distorce la realtà per far dubitare la vittima della propria memoria, della propria percezione o della propria sanità mentale, articolandosi in modi subdoli e difficili da individuare poiché chi lo pratica è abile nel nascondersi e non ammetterà mai la propria responsabilità neanche di fronte all'evidenza. A questa condotta si affiancano altri comportamenti prevaricatori come il mansplaining, un atteggiamento paternalistico in cui un uomo spiega qualcosa a una donna in modo condiscendente o presuntuoso dando per scontato di saperne di più solo in base al genere e ignorando le reali competenze di lei, il manterrupting, ovvero l'interruzione sistematica e non necessaria di una donna mentre sta parlando per impedirle di esprimere il proprio pensiero in contesti pubblici o professionali, e il bropropriating, il fenomeno per cui un uomo si appropria del merito di un'idea, di un progetto o di un lavoro intellettuale realizzato da una donna. Un'altra forma di persecuzione sempre più consueta è la violenza e molestia digitale, una dinamica facilitata dal fatto che siamo talmente immersi nel mondo virtuale da non renderci conto che qualcuno da lontano può controllarci e molestarci, la quale comprende il cyberstalking, inteso come pedinamento e persecuzione digitale ossessiva tramite social, app di messaggistica o e-mail volta a incutere timore e ansia, il revenge porn, ossia la diffusione non consensuale di foto o video a sfondo sessuale spesso attuata da ex partner per vendetta, ricatto o per danneggiare la reputazione della vittima, il doxing, ovvero la pubblicazione online e senza consenso di informazioni private o sensibili come indirizzo di casa o numero di telefono per esporre la persona a minacce di massa, e il cyberflashing, cioè l'invio non richiesto di foto di nudo tramite social media o tecnologie a corto raggio come AirDrop e Bluetooth. A tutto ciò si aggiungono la discriminazione legata al corpo e alla sessualità e i diversi pregiudizi estetici per cui chi ha un difetto fisico deve difendersi strenuamente per non essere bersaglio di offese o, al contrario, donne avvenenti vengono umiliate per mera competitività, manifestandosi nel bodyshaming, l'atto di deridere o giudicare negativamente una persona per il suo aspetto o peso alimentando insicurezze e standard irraggiungibili, nello slut-shaming, ovvero la colpevolizzazione e stigmatizzazione di una donna per i suoi comportamenti sessuali, reali o presunti, per il modo di vestire o per la sua libertà espressiva con un impatto che rende la società più arretrata, e nel victim blaming, il fenomeno di colpevolizzazione della vittima in cui la responsabilità della violenza viene attribuita alla donna stessa attraverso giudizi sul suo abbigliamento o sul suo stato di alterazione, sostenendo assurdamente che se l'è cercata o che non possa permettersi di essere ubriaca, a dimostrazione del fatto che se i valori e il costume di un popolo rispettassero davvero la figura femminile molte di queste anomalie non esisterebbero.
Alcuni studi su Antonia Pozzi ripresi da DARIO GALASSINI University College Cork .
Antonia Pozzi è stata a lungo una figura ingiustamente emarginata dalla storia della letteratura italiana del Novecento. Spesso ridotta a un cliché biografico, quello della poetessa isolata, malinconica e morta suicida nel 1938 a soli ventisei anni, la sua opera ha subito per decenni disinteresse accademico e interventi censori, a partire dalla prima pubblicazione postuma curata dal padre, che ne manipolò i testi per conformarli agli ideali borghesi dell'epoca. Nonostante il disinteresse dei grandi canoni del Novecento, negli ultimi anni si assiste a una riscoperta del suo profilo grazie a restauri filologici, curatele dei suoi diari e carteggi, riedizioni commerciali e persino trasposizioni cinematografiche. Il documentario Poesia che mi guardi (2009). Antonia è un film drammatico e biografico diretto da Ferdinando Cito Filomarino e prodotto da Luca Guadagnino (2015).
Questa immagine di poetessa del tutto appartata non rispecchia appieno la realtà. Negli anni universitari a Milano, Pozzi si formò con il filosofo Antonio Banfi, laureandosi con una tesi su Flaubert e frequentando intellettuali del calibro di Vittorio Sereni, Enzo Paci e Alberto Mondadori. La sua formazione fu ricca, nutrita dalla lettura di autori europei come Rilke e Mann, da traduzioni dirette e da un'intensa passione per la fotografia. La sua distanza dalle correnti dell'epoca, come l'ermetismo, fu legata soprattutto alla scelta di non pubblicare in vita e a un'ansia autoriale condivisa da molte scrittrici dell'epoca, prive di una tradizione femminile di riferimento in cui riconoscersi.
I suoi oltre trecento componimenti, scritti tra il 1929 e il 1938 e raccolti sotto il titolo Parole, costituiscono un diario in divenire dove la riflessione sull'io ed erotica si intreccia con il mondo naturale. La natura, la fauna e in particolare il paesaggio montano di Pasturo non sono semplici elementi di sfondo, ma veri e propri interlocutori etici e metafisici. Nei suoi versi, la montagna incarna la fissità, il materno e una solitudine scelta, trasformando l'atto poetico in uno strumento profondo per indagare il senso dell'esistenza, della nascita e della morte.
La produzione poetica di Antonia Pozzi affronta il tema dell'origine e della ricerca metafisica attraverso la rappresentazione della natura e l'indagine sul senso dell'atto poetico. In Mattino (1938) si afferma un'assoluta unità tra l'io poetico e l'universo naturale, con la nascita «dall'umida terra» che riconosce un'appartenenza fraterna al mondo animale. Più frequentemente, tuttavia, la ricercata origine appare perduta o sconosciuta: in Fine di una domenica (1937) la memoria di un'antica perdita riaffiora ambiguamente in un crocicchio liminale, trasformandosi in una condizione di disgiunzione e solitudine. Per indagare questa mancanza identitaria l'autrice impiega la poesia come dispositivo di ricerca. In Preghiera alla poesia (1934), l'atto poetico, personificato in un interlocutore autonomo che giudica l'io e risponde con il silenzio, viene supplicato affinché aiuti a ritrovare un «alto paese abbandonato», luogo sacro e montano raggiungibile solo attraverso un'autentica autoconoscenza. Diversamente, in Lieve offerta (1934) l'origine non è un orizzonte celeste ma un abisso terrestre: la poesia diviene un ponte fragile e bianco teso orizzontalmente per proteggere l'altro dalla caduta nelle voragini. Questo equilibrio si incrina nei testi successivi del 1935, come Fuga, dove i ponti creati dallo sguardo crollano inghiottiti dall'abisso, e La rampa (nonché Altura), che orientano il percorso verso l'oscurità e segnano una stagione poetica sempre più tetra. L'evoluzione cupa culmina in Sete (1937), dove l'idillio naturale è definitivamente spezzato da un paesaggio soffocante e violento; qui una serie di domande retoriche evidenzia l'impossibilità di ogni narrazione o volo poetico. L'infittirsi del senso di paura e l'impatto dei traumi storici del nazifascismo riducono la poesia al silenzio: l'io poetico, incapace di processare la realtà, si percepisce infine come «un pezzo muto di carne» (Periferia), anticipando l'impasse espressiva di fronte al dolore della storia.
Antonia Pozzi era spregiudicata?
Le poesie di quel tempo non erano proprio pudiche basti pensare a quelle scritte da Gabriele D'Annunzio che negli anni '30 era il riferimento culturale italiano.

Noto per le sue pratiche sessuali estreme e oscene, non so come le sue donne potessero essere giuducate: Eleonora Duse o Luisa Baccara, Barbara Leoni o Giuseppina Giorni Mancini, come pure la nobile Alessandra di Rudini prima di diventare monaca, con la nomea che aveva il vate come potevano queste donne affrontare le gente che incontravano.

Inoltre le poesie del vate vivevano di luce riflessa data da molte leggende e dicerie che vantava di soffrire di priapismo, smentito dalla foto, e di un insaziabile sete di donne.
“Ho un desiderio desolato di te stasera.”
Ho un desiderio desolato di te stasera. Ahimè stasera e sempre.
Ma stasera il desiderio è di qualità nuova.
È come un tremito infinitamente lungo e tenue.
Sono come un mare in cui tremino tutte le gocciole,
tremano tutte le ali dell’anima,
tremano tutte le fibre dei nervi,
tremano tutti i fiori della primavera
e anche le nuvole del cielo
e anche le stelle della notte
e anche la piccola luna trema.
Trema sui tuoi capelli che sono una schiuma bionda.
Ho la bocca piena delle tue spalle,
che sono ora come un fuoco di neve tiepida disciolta in me.
Godo e soffro.
Ti ho dentro di me e vorrei tuttavia sentirti sopra di me.
Non mi hai lasciato tanta musica partendo.
Stanotte tienimi sul tuo cuore,
avvolgimi nel tuo sogno,
incantami col tuo fiato,
sii sola con me solo.
Oh melodia melodia…
Tremano tutte le gocciole del mare.
-
o più estrema
“ Mia crudele amica”
Perché, perché, o mia crudele Amica
non vi lasciate mettere l'Uccello
in quella ricca e opulenta fica
che nel suo genere è il perfetto bello?
Vorrei essere davvero una formica
per entrare quatto quatto in quel corbello:
sapete, non m'importerebbe mica
di restar preso nel cresputo vello.
Voi fareste addolcir qualunque amaro
noi tutti quanti ripetia in coro:
Voi siete qualche cosa di ben raro
Portate di bellezze un gran tesoro
via, via, prendere un pugno di denaro
e lasciatemi entrar nel vostro foro
i commenti sono a vostra scelta.
Tra scrittrici e artiste visive
Molte artiste e figure storiche hanno subito violenze e ingiustizie: Ipazia fu uccisa per intolleranza politico-religiosa; Gaspara Stampa soffrì per i tradimenti del compagno; Artemisia Gentileschi trasformò il trauma dello stupro e della tortura in forza artistica; Sibilla Aleramo superò una violenza giovanile e un matrimonio forzato; Alda Merini affrontò la violenza delle istituzioni psichiatriche. L'arte ha riflettuto a lungo questo rapporto con la violenza e il potere: se nell'arte sacra figure come Giuditta e Salomè simboleggiavano la fede o la seduzione, nel Rinascimento Giuditta diventò il simbolo politico del popolo che abbatte il tiranno. In questo contesto emergono anche pittrici straordinarie ma dimenticate come Elisabetta Sirani, che fondò un'accademia per sole donne e dipinse il mito di Timoclea nell'atto di vendicare il proprio stupro, scegliendo di celebrare la giustizia della donna anziché la clemenza del sovrano.
Molte pittrici del XVII e XVIII secolo videro la propria carriera ostacolata dalla violenza psicologica dei mariti, spesso anch'essi artisti. Marie Krøyer e Marie Bracquemond smisero di dipingere a causa delle dure critiche e dei complessi d'inferiorità instillati dai consorti, mentre il marito di Elaine de Kooning arrivò a distruggere le sue opere. In epoca moderna, Nan Goldin ha invece risposto alle violenze fisiche del partner fotografando direttamente il proprio volto tumefatto.
Riuscire a non essere oscurate da una figura maschile non è stato facile nel passato e, sorprendentemente, questo pregiudizio persiste ancora oggi. Pensando a Yoko Ono, molti ricordano frasi come "colei che distrusse i Beatles" o "la compagna di John Lennon". La sua identità spesso viene definita in relazione a Lennon, dimenticando i suoi meriti artistici. Negli anni '60 e '70 del
Novecento, Yoko Ono fu parte di un importante movimento di ribellione femminile. Come le pittrici che le avevano precedute, le artiste di quel tempo usarono l'arte per denunciare le violenze, inizialmente mettendo in luce soprattutto quelle fisiche, e iniziando a parlare pubblicamente dello stupro. Un esempio prominente è la performance Cut Piece (1964), in cui Ono, seduta su un palco a
Kyoto, invitò il pubblico a tagliare i vestiti che indossava. Man mano che gli indumenti venivano rimossi, l'artista rimaneva nuda, simbolicamente liberata dalle sovrastrutture sociali. Yoko Ono ha aperto nuove strade con Cut Piece, influenzando altre artiste come Marina Abramović. La sua celebre performance Rhythm 0 (1974) metteva l'artista immobile su un palco, affidandosi al pubblico per sei ore, mostrando quanto possa essere vulnerabile e aggressivo l'uomo, criticando allo stesso tempo l'oggettivazione del corpo femminile. Anche l'artista cubana Ana Mendieta affrontò l'identità di genere e la violenza con forte impegno politico. Una sua opera particolarmente significativa è Untitled (rape scene) del 1973, ispirata a un episodio tragico di violenza all'università. In
questa performance, Mendieta ricreò la scena del delitto nel suo appartamento, portando la violenza nella quotidianità conosciuta. Negli anni '90, un'altra artista, Jenny Holzer, esplorò la violenza e le disparità di genere utilizzando le parole. Attraverso frasi provocatorie come "ROMANTIC LOVE WAS INVENTED TO MANIPULATE WOMEN" e "MEN DON'T PROTECT YOU ANYMORE", Holzer
sfidava i preconcetti sul ruolo delle donne e dell'arte. Una delle sue opere più potenti è Lustmord (1993), che denuncia gli omicidi
e le violenze sessuali subite dalle donne durante la guerra in Bosnia. Holzer creò tre prospettive: quelle delle vittime, dei carnefici e degli osservatori neutrali. L'articolo si conclude parlando di Hidden in the radiant green, a man waits di Patracia Evans. Questa raccolta di 25 fotografie ritrae Evans dopo un'aggressione sessuale vicino a un lago a Chicago. La scelta di narrare l'incidente in
modo distaccato, simile a un rapporto della polizia, rende l'opera particolarmente inquietante.
