sono gli approfondimenti che faremo
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Aritmie del pensiero, testo critico di Agostini Raff
Giugno 13, 2024
Aritmie del pensiero, poesie di Giovanni Lauricella
Il libro di poesie di Giovanni Lauricella Aritmie del pensiero, silloge pubblicata da Edizioni Croce.
Ultimamente la poesia è diventata classica, tutti mettono rime, quartine, parole arcaiche e annotazioni a piè di pagina con spiegazioni di quello che dovresti già aver capito. Io mi trovo all’opposto con un linguaggio credo di adesso, quello corrente, diretto che penso sia attuale. Alcuni versi sono sgangherati, un linguaggio che non ha ambizioni, vuole essere sincero al punto di essere anche contraddittorio, con passaggi lessicali stridenti quasi violenti o sballati quasi splatter (senza sangue). Per come va la poesia adesso dicono che sia prosa, invece ci stanno tutti i suoni e le sensazioni correnti, l’espressionismo necessario a una poesia che non tradisca chi la legge. L’intensità poetica la danno gli argomenti che vengono trattati o la visione delle particolarità che hanno. Comunque interpretazione soggettiva ma che pretende di essere di tutti.
In questo libro ci sta lo sforzo di recuperare in versi il linguaggio contemporaneo, una poesia contemporanea “realista” dove la crudezza delle parole ne rivelano le contraddizioni e limiti della cultura che abbiamo che non pretende di insegnare come tanta che si sente in giro piena di autoreferenzialità.
all’Arena Aniene
Testo critico di “Aritmie del pensiero” di Agostino Raff
Un leopardiano schietto e popolare che si sporca le mani nell’orrore della guerra. Irrompe nella zona strategica tra le esplosioni, piange i morti e i feriti nel sangue, nei crolli.
Lo sdegno contro l’imprinting umano della crudeltà – gramigna non sradicabile dal nostro genere – porta il poeta ad una sonorità massima del verso, ad una fitta iperrealistica descrizione del caos-discarica che finisce per bloccarsi nell’icastico.
Può l’autore eleggendo la deprecazione a tema, scalfire la violenza, la fatalità dei massacri che si auto generano tra gli umani?
Può risparmiare i 150 soldati al giorno che si schiattano in Ucraina, le stragi a Gaza , quelle in Sudan. Eccetera? Sappiamo che la poesia non può farlo. Ma Lauricella ha il coraggio di non tacere, ha il coraggio della disperazione. E dell’accusa all’ingiustizia politica e individuale che infierisce sul nostro privato di poveri, vittimizzandolo come fragile, precario, insulso. Al punto che – con sublime ingenuità – il poeta non può che richiamare in causa il mito dei miti, la triade Donna, Sesso, Amore, unica luce nel mondo delle tenebre.
Agostino Raff
LETTERATURA / LIBRI / POESIA / PUBBLICAZIONI
Aritmie del pensiero, Edizioni Croce, Giovanni Lauricella, poesia contemporanea

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Saluto di addio a Pippo Di Marca e al suo teatro di una generazione di utopisti.
Purtroppo, il mondo del teatro ha recentemente perso un altro suo grande esponente, che si è tolto la vita gettandosi dal quinto piano della sua residenza a Trastevere. Artista molto umano aperto e disponibile soffriva da tempo per una malattia debilitante. La sua figura è significativa nel contesto del teatro d’avanguardia, un settore culturale in cui molte delle principali voci, purtroppo, ci hanno già lasciato.

Pippo Di Marca courtesy Paola Spinelli Influenzato da figure come Carmelo Bene, Leo de Berardinis e Julian Beck, con cui ha anche avuto modo di collaborare, ha fondato la compagnia Meta-Teatro, tra gli autori più apprezzati James Joyce, a cui ha dedicato numerosi progetti, tra i quali «Bloomsday 2007» e «Theatrum Mundi Show» (2018), ha recitato anche in alcuni film e cortometraggi tra cui «Il traditore» di Marco Bellocchio uscito nel 2019, triste decontestualizzazione del suo essere personaggio d’avanguardia.
Con la scomparsa di Pippo Di Marca, si chiude un’epoca di sperimentazione teatrale iniziata alla fine degli anni ’60, un periodo che ha contribuito profondamente anche al teatro tradizionale, influenzandolo in maniera significativa. Non intendo ripercorrere la storia del teatro in dettaglio—vi sono eccellenti risorse al riguardo—ma vorrei invece condividere alcune riflessioni su questa corrente teatrale innovativa e sfuggente.
Ricordo Pippo Di Marca con profonda ammirazione, accompagnata da una sensazione di sconforto per la dedizione che ha manifestato verso un tipo di teatro a cui ha consacrato l’intera vita. Sul finire degli anni ’60 iniziò la sua carriera al Teatro la Fede di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, situato in uno spazio angusto e fumoso a Porta Portese, proseguendo su questa strada fino a giungere a una piccola stanza a Trastevere, in via Natale del Grande. Tale luogo si chiamava Meta-Teatro, un nome ispirato da Pirandello, ma che rifletteva solo una frazione della realtà teatrale tradizionale. I suoi progetti erano una sorta di marginalità rispetto al teatro convenzionale.
Pippo Di Marca ha trascorso la sua intera vita artistica lontano dal mainstream teatrale, privo di risorse e struttura che normalmente alimentano un’impresa teatrale. Questo genere di teatro “fai-da-te” attrasse vari artisti alla fine degli anni ’60, arricchendo il panorama culturale notturno con idee innovative, seppur tra molte privazioni e difficoltà.
Ad eccezione di alcune figure come Carmelo Bene, la maggior parte degli esponenti di questo movimento sperimentale operavano in condizioni assai precarie, quasi disumane, un contesto che si potrebbe definire “teatro sado-maso” per le dure condizioni affrontate sia dagli attori che dai loro spettatori costretti a secondare disagio fisico.
Tuttavia, gli sviluppi normativi recenti, particolarmente dopo la tragedia del Crans-Montana, rendono improbabile il riproporsi di tali ambienti teatrali. Questi spazi, spesso privi di uscita e finestre, non garantivano comodità e sicurezza.
Queste realtà erano improvvisate e poco funzionali; il loro fondamento si basava su una concezione anti-teatrale che ben si adattava alle loro caratteristiche. Pippo Di Marca, assieme ai suoi colleghi, era contraddistinto da una carica ideologica fortemente rivoluzionaria e da opere sovente considerate altrettanto avanguardistiche, benché talvolta tediose quanto le sedie scomode su cui il pubblico prendeva posto.
Questo era un mondo assurdo sostenuto da utopie politiche e sociali: si credeva fermamente in un cambiamento positivo imminente irrealizzato. La sperimentazione teatrale rimaneva sempre incompleta, rinviata a un futuro incerto. La politica dominava queste ristrette sale umide e insalubri: si soffriva insieme contro i soprusi dei potenti, trovando del sollievo morale nella consapevolezza di lottare per una causa giusta.
Negli anni ’80 si osservò un cambiamento radicale di questo contesto culturale, fino alla sua definitiva scomparsa. Eppure, questo periodo continua a rivivere nella nostra memoria come simbolo dell’avanguardia teatrale.
Era davvero un buon teatro? Forse no, era troppo fuori dagli schemi. Infatti, più che semplicemente off, si trattava di qualcosa che alcuni definivano off-off. Non erano teatri convenzionali, ma piuttosto laboratori, spazi aperti, open space, teatri tenda. Con Julian Beck, ideatore del Living Theatre, qualsiasi luogo poteva diventare un teatro. Era una rivoluzione che rappresentava anche una sorta di annientamento, scontrandosi con un ambiente artistico che, pur aperto alle novità, non sempre era pronto ad accoglierle. Fu più un movimento che generava aspettative, ma risultò essere troppo precario, effimero, improvvisato e sgangherato. Superarono i limiti del teatro tradizionale, ma non riuscirono mai a superare le loro difficoltà.
Era un grande attore? Sfortunatamente, gli attori del teatro d’avanguardia erano spesso noti per la loro limitata versatilità. Concentrandosi sul ridurre al minimo il ruolo dell’attore, talvolta limitandosi al solo linguaggio del corpo e persino alla mimica, le loro performance diventavano così minimaliste da risultare difficili da comprendere.
L’arte della recitazione non era esclusiva dello spettacolo, non si dava importanza.
Concludere la carriera continuando a chiedersi cosa significhi essere un attore rappresenta un’incertezza simbolica di questo stile teatrale.
Mi ha infastidito osservare come molti media e finti amici abbiano riportato la notizia, dando l’impressione che Pippo Di Marca avesse un grande successo artistico e un seguito di pubblico considerevole. In realtà, faceva fatica a riempire il suo teatro, che era poco più che una semplice stanza, e si dedicava al cinema in ruoli non proprio innovativi per tirare avanti. Mi dispiace dirlo, ma si è esagerato con una retorica eccessiva su un personaggio e un genere teatrale culturalmente penalizzato specie dalle istituzioni e che non ha ricevuto i finanziamenti necessari, spesso destinati altrove per spettacoli privi di interesse.
Giovanni Lauricella
No non andrò al funerale, non mi va di spacciarmi per amico come sicuramente i tanti che verranno e che non gli hanno dato il sostegno dovuto.
Come narrava nel suo pirandelliano meta-teatro si troveranno con le giuste maschere al suo funerale che diventerà scambiabile per l’ennesimo funerale del teatro d’avanguardia.
Nel suo stile tipicamente pirandelliano di meta-teatro, si ritroveranno al suo funerale indossando le maschere appropriate, trasformandolo così in un ulteriore evento dell’avanguardia teatrale.
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Fausto Delle Chiaie, l’infausto

Fausto Delle Chiaie in una rielaborazione grafica di Goyan Passeggiando per piazza Augusto Imperatore a Roma prima del 2000, ci si poteva facilmente imbattere in alcuni elementi apparentemente insignificanti o graffiti sul selciato che spesso passavano inosservati ai più distratti. In realtà, erano vere opere d’arte create da Fausto Delle Chiaie (Roma, 23 gennaio 1944 – Roma, 4 luglio 2026) , che disseminava la piazza con il suo talento eccentrico. Lui stesso definiva questo spazio il suo museo, un’espressione di sarcasmo, con la quale giocava sulle reazioni di stupore del pubblico. Le sue creazioni, simili ai ready-made di Marcel Duchamp ma composte da autentici rifiuti, dimostravano una notevole capacità di trasformare materiali di scarto in arte con significati profondi e ironici. In queste opere si ravvisano elementi di riciclaggio, arte concettuale, installazioni site-specific e persino scultura e pittura. Una sintesi breve ma incisiva del suo genio creativo.
Autore del Manifesto Infrazionista (1986), spiega l’”infra-azione” come un’azione-collocazione-donazione di una o più opere, mostrate a terra da parte dell’artista, nei luoghi dell’arte, e il suo susseguente allontanamento dall’opera e dal luogo. […]
Interpretava talmente bene il ruolo dello sfigato, del nerd ante litteram, del borderline al punto da farsi amare e si compiaceva di questo con una certa supponenza. Tuttavia, esprimeva una personalità ricca, robusta e vivace.
Nonostante il suo talento notevole, Delle Chiaie visse lottando nell’ombra di una società ricca di prestigio culturale e nomi illustri. Negli ultimi anni potrebbe aver guadagnato qualcosa, forse abbracciando un ethos francescano per rinfacciare l’indifferenza che per lungo tempo lo aveva lasciato ai margini della società. Incredibilmente, ogni volta che lo si incontrava, era sempre sorridente e pronto con una battuta spiritosa. Affrontava la sua situazione con un misto di ironia e resilienza, consapevole del contrasto tra il suo auto-proclamarsi direttore di un museo all’aperto e la vita di stenti che conduceva. Per i romani era un simbolo degli outsider, dei contrari agli schemi borghesi tradizionali. Purtroppo, non ha mai ricevuto il supporto necessario per esprimere pienamente il suo potenziale, un genio incompreso come Ligabue o Van Gogh, un ruolo che sospetto apprezzasse al punto da compiacersene. Spetta ora ai critici e agli storici dell’arte che lo hanno bistrattato di aggiungere valore al suo lavoro, cercando di comprendere e spiegare il significato della sua produzione artistica.
Giovanni Lauricella
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A Michele De Luca
Provo un profondo dolore nel pensare al caro amico Michele De Luca che ci ha lasciati. Mi ha onorato con la sua presenza in tutti i reading che ho organizzato. Era un grande pittore, incluso nella collezione Crispolti, e un poeta straordinario. Una figura di spicco nel panorama artistico.
